Una delle principali evidenze emerse dal Report pubblicato dal Centro Studi Fedespedi dedicato agli impatti della crisi di Suez sul settore del trasporto marittimo è un andamento differente dei traffici tra i due versanti della penisola. Come si spiega questo fenomeno?
Effettivamente i porti del Mar Tirreno stanno registrando performance migliori – La Spezia +8,9%, Salerno +5,1% e Genova +1,1% -, mentre i porti del Mar Adriatico stanno soffrendo di più – Trieste -17,3%, Venezia -12%, Ravenna -15,8%. La causa di questo andamento è legata alla riprogrammazione delle nuove rotte che, anziché transitare per il canale di Suez, passano dal Capo di Buona Speranza ed entrano nel Mediterraneo dallo Stretto di Gibilterra a Ovest. Al netto di questa divergenza, dal Report emerge che in generale nel primo trimestre del 2023 i porti italiani hanno registrato nel complesso una flessione di traffico di oltre il 3%. La ragione di questa performance negativa è spiegata in primo luogo dall’andamento del commercio internazionale del nostro Paese: esportazioni +0,6% e importazioni -10,4%.
Alla luce dei risultati dello studio sopra citato, quali possono essere le azioni prioritarie che i porti italiani devono intraprendere?
Serve innanzitutto promuovere un piano di sviluppo organico e funzionale del sistema portuale nazionale, fondato sull’individuazione di priorità e investimenti strategici per il Paese, che sappia valorizzare le specificità dei territori portuali e che contrasti ogni approccio di concorrenza tra i porti italiani.
Per quanto riguarda gli investimenti necessari per rafforzare l’efficienza e la qualità del servizio e, dunque, la nostra capacità di attrarre traffici, crediamo sia necessario intervenire in modo specifico sulle infrastrutture portuali, non solo fisiche ma anche a livello di software. In particolare, occorre puntare alla messa a terra del progetto PNRR di una nuova piattaforma logistica digitale, interoperabile e sicura, al servizio degli operatori della filiera logistica e del traffico merci che passa dai porti del Paese. Parallelamente, il settore logistico e delle spedizioni non può prescindere dal complesso quadro normativo delle semplificazioni, a partire dall’attuazione delle ZES e ZLS e del Sudoco.
Come ritiene che possano essere utili al sistema Paese l’esperienza e la competenza delle imprese di spedizioni internazionali, soprattutto per riorganizzare una supply chain più efficiente, più digitale, più sostenibile, più resiliente?
Questa è proprio la missione delle imprese di spedizioni: stare al fianco della clientela, le imprese di import-export nazionale, e trovare la soluzione più adatta per garantire il traffico anche davanti a shock esterni – come appunto l’attuale crisi di Suez – che determinano cambiamenti di rotte, allungamento delle tempistiche di viaggio o altre criticità. Il supporto delle nostre imprese si fonda proprio sulla profonda conoscenza dei mercati internazionali e sulla fitta rete di partner e fornitori che coordiniamo, supervisionando tutte le fasi operative della supply chain.
Alla luce di questo scenario, è possibile investire anche a sostegno della sostenibilità ambientale?
La Federazione dal 2020 è impegnata concretamente in iniziative volte e fare cultura della sostenibilità ambientale e che mirano a rafforzare la capacità delle imprese di spedizioni di incidere sull’impatto ambientale di tutti i processi logistici grazie a metriche e indicatori di misurazione di esternalità e performance green.
Guardiamo inoltre con fiducia allo sviluppo di un sistema di trasporto merci sempre più intermodale. Tuttavia, per la realizzazione di questo obiettivo, è imprescindibile completare e realizzare le iniziative infrastrutturali in alcuni casi già finanziate, prevedendo, inoltre, meccanismi di incentivo per i terminal che sostengono lo sviluppo del traffico ferroviario e la fluidità delle movimentazioni.

