Finalmente una voce femminile.
Da recenti studi si evidenzia come il ruolo delle donne sia sempre marginale nel mondo della logistica e dei trasporti. Di contro è sempre forte il dibattito e la conseguente necessità di una parità tra uomo e donna. Come vede il ruolo femminile nel comparto oggi?
Dico da sempre, un po’ per scherzo un po’ no, quando modero convegni con al centro queste tematiche, che le donne, tutte, sono campionesse di logistica: da sempre conciliano tempi di vita e tempi di lavoro, ottimizzando ed efficientando incombenze, compiti, spostamenti, scadenze. Cucendo tutto insieme con flessibilità e creatività. Lo pensava, più autorevolmente di me, e lo praticava, già qualche anno fa il direttore della logistica de L’Oreal, famoso marchio del beauty. Negli ultimi anni, grazie anche allo sviluppo tecnologico e all’automazione dei processi produttivi, le donne hanno conquistato prepotentemente un ruolo nel settore, in tutti i comparti, guadagnando anche posizioni di vertice. Cito per tutte, tra le manager, Sabrina De Filippis, amministratore delegato di Mercitalia Logistics, del gruppo Fs. E tra le politiche, Elisa De Berti, vicepresidente del Veneto e assessore agli Affari legali, Lavori pubblici, Infrastrutture e Trasporti.
Con la forza fisica che sarà sostituita in molti comparti dai robot e la digitalizzazione che avanza a passi da gigante, le donne possono senz’altro candidarsi a ricoprire posizioni, finora precluse, nei porti e negli interporti. Quando le gru che sollevano i container o i trailer si possono guidare da una sala controllo le barriere all’ingresso sono cadute. Come non hanno più ragione d’essere nell’autotrasporto, nei magazzini, nei gestori delle infrastrutture. Ma bisogna, prima di tutto, garantire servizi sul campo e un’organizzazione del lavoro “woman friendly”. A partire dai più banali: bagni e spogliatoi. E contemporaneamente continuare a insistere sulla parità di genere, a partire dalle retribuzioni, che per le donne restano tuttora più basse. E, qualora necessario, anche ricorrendo all’imposizione di quote rosa, come avviene per i consigli di amministrazione. In teoria non mi sono mai piaciute, nella pratica si sono spesso rivelate – ahimè – l’unico strumento che funziona.
L’Europa ci pone davanti ad obiettivi molto alti e stimolanti. Il Green Deal comporterà un cambio radicale in tutta la filiera dei trasporti con conseguenti benefici per l’ambiente. Secondo lei saremo in grado di rispettare tutte le scadenze e gli obiettivi che la comunità richiede?
Sarebbe davvero necessario ma temo di no. Penso, per esempio, che benché necessario, sia di difficile raggiungimento per l’Italia il target del 30% di merci trasportate via ferrovia al 2030, quando oggi siamo attorno al 12%. Così come la totale decarbonizzazione e il raggiungimento di emissioni zero al 2050: non abbiamo ancora tutte le soluzioni in termini di tecnologie affidabili e carburanti alternativi, in particolare per il trasporto marittimo ed aereo ma anche per i viaggi lunghi su gomma. Dobbiamo sfruttare tutte le potenzialità attuali e continuare ad investire in ricerca per accelerare la transizione ecologica ed energetica. In sintesi, bisogna crederci, lavorarci, sapendo però che non abbiamo ancora tutte le risposte. Fiere come la Green Logistics Expo, oltre a presentare le potenzialità dell’intermodalità e le soluzioni già disponibili, sono benemerite perché aiutano a costruire una cultura “green” nell’industria del trasporto e della logistica e vanno salutate con interesse e favore. Contemporaneamente, però, vanno intensificati gli sforzi perché altri Continenti, altri Paesi, i più energivori e oggi responsabili della quota preponderante delle emissioni, seguano le orme dell’Europa: da soli, noi europei, costituiamo una quota tutto sommato davvero piccola dell’inquinamento globale. I cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti e dobbiamo fare il possibile. Tutti.
Il Tema della comunicazione nel settore dei trasporti sta assumendo sempre più importanza, passando dai canali tradizionali a quelli relativi ai social. Quali possono esser gli strumenti migliori per un evento come GLE e quali i target da raggiungere con maggior attenzione?
Il vero problema non sta nella comunicazione ma nella percezione che il Paese, le Istituzioni, la politica e persino la stessa industria manifatturiera hanno del settore. Si sono accorti della sua strategicità solo durante il Covid, poi, chiusa quella parentesi, se ne sono nuovamente disinteressati. A differenza di Paesi come l’Olanda, il Belgio, la Germania e anche la Francia, non c’è in Italia la consapevolezza di quanto logistica e trasporti siano cruciali, non solo per la crescita dell’economia nazionale e per l’export – che ci sta tenendo a galla – ma nella vita quotidiana delle persone. Per i generi di prima necessità, dal cibo alle medicine, ma sempre più, con il boom dell’e-commerce, per molto altro. Quasi tutto. Siamo in presenza di un’enorme sottovalutazione delle sfide che quest’evoluzione pone sia al sistema delle imprese che al sistema Paese.
E’ in questo contesto che va inquadrato il sostanziale disinteresse dei media, che si accendono solo a fronte di emergenze, scioperi, sciagure. Non ho consigli da dare ma resto convinta che sia necessario continuare a sensibilizzare in primis gli imprenditori, a partire da quelli della manifattura con le loro associazioni, e lavorare per aggregare il mondo dei trasporti e della logistica frammentato in 24, dicasi 24, associazioni di categoria firmatarie del contratto. Così che possano fare sentire meglio la propria voce. E, naturalmente, coinvolgere la politica, il Parlamento, i gestori della cosa pubblica. Una fiera come GLE già lo fa con la sua presenza e con la sua caratterizzazione “Green” che la distingue da altre manifestazioni. Direi che è questo l’angolo visuale più interessante per i media: la sostenibilità in tutte le sue declinazioni.

